CULTURA – Kaizen: il successo degli orientali

Articolo di Carlo Verga

L’industria giapponese è diventata dagli anni Cinquanta in poi, una delle più avanzate del mondo, e oggi però superata dalle dinamiche più aggressive dei coreani e cinesi, ma come è potuto avvenire tutto questo? Fondamentale la disciplina comportamentale denominata Kaizen. Un metodo di grande successo in Giappone dopo la seconda guerra mondiale.
La parola è composta da due termini, KAI (cambiamento, miglioramento) e ZEN (buono, migliore), e significa cambiare in meglio. In altre parole miglioramento costante dei processi manifatturieri, ingegneristici e di business management delle aziende.
La prima ad utilizzare questa disciplina è stata la Toyota. La strategia Kaizen è quella di incoraggiare ogni persona ad apportare ogni giorno quei piccoli cambiamenti il cui effetto complessivo diventa un processo di selezione e miglioramento dell’intera organizzazione.
Il processo cominciò nel Dopoguerra, i prodotti giapponesi erano considerati imitazioni, mal fatte, dei prodotti americani e/o europei. Furono le forze d’occupazione statunitensi che portarono in Giappone alcuni esperti in business management per aiutare la ricostruzione dell’industria giapponese con un programma di introduzione del controllo statistico nelle produzioni, metodo poi portato avanti e perfezionato dai solerti tecnici giapponesi. Il progetto era finalizzato a ribaltare la situazione in 10 anni con l’introduzione del Controllo Qualità nell’industria manifatturiera e venne avviato, fin dal 1951, con l’istituzione dell’Economic and Scientific Section. Il termine Kaizen venne ufficialmente adottato in Giappone da un filmato pensato proprio per illustrare il programma, il titolo era Kaizen eno Yon Dankai (il Miglioramento in 4 Passi).
Negli anni ’60 la qualità dei prodotti giapponesi si affermarono in tutto il mondo e in molti settori grazie soprattutto all’alta qualità ed al prezzo rispetto ai concorrenti occidentali. La prima conferenza internazionale sulla Qualità fu tenuta a Tokio nel 1969 e proprio in quell’occasione vennero poste le basi degli sviluppi futuri della qualità totale che segnò il definitivo distacco del modello giapponese, dai sistemi di qualità occidentali. Negli anni ‘70 e ‘80 i crescenti successi dell’industria del Sol Levante imposero il Kaizen e più in generale la qualità come punto di forza di ogni industria manifatturiera. A seguito della pressante crescita della competitività Giapponese e per contrastarla, venne introdotta in Inghilterra, la BSI 5750 per la gestione dei sistemi qualità, da cui, nel 1987, fu coniata la prima versione Iso 9001.
Alla base del successo sono evidenti alcuni concetti, tipici, del pensare del Sol Levante quali:
– una forte spinta motivazionale ed un senso d’appartenenza all’Organizzazione, tali da far coincidere gli interessi del singolo con il gruppo d’appartenenza.
– disprezzo per lo spreco, come valore assoluto e retaggio della tradizione feudale del Giappone pre-capitalistico.
In Europa ed in occidente negli anni ’90 si stentava a recepire l’importanza della cultura della qualità mentre in Oriente era stata facilmente integrata nel tessuto produttivo prima giapponese, poi coreano e successivamente cinese, determinandone i successi delle loro produzioni.
I Cinesi hanno cominciato ad apprezzare la filosofia Kaizen qualche anno fa, il governo ha spinto ad assumere ingegneri giapponesi super qualificati e specializzati in diversi settori industriali; particolare la scelta dei candidati, reperiti nel mondo dei pensionati i quali oltre avere ben assimilato la filosofia Kaizen e forse poco gratificati dalle società dove impiegati, erano ben disponibili a continuare la ricerca in un altro mondo e con una disciplina a loro familiare.
Oggi siamo profondamente colpiti dai successi industriali della Cina – le auto elettriche di qualità e ad un prezzo competitivo, l’elettronica di consumo, i macchinari industriali, i treni ad alta velocità, i robot.  Un solo punto interrogativo: il kaizen in salsa cinese come sarà? ha potenzialmente la possibilità di esprimersi molto più velocemente di quello giapponese contando su risorse materiali e umane quantitativamente di molto superiori a quelle del paese del Sol Levante. Il tutto porterebbe a risultati, buoni e/o cattivi, sotto gli occhi di tutti in tempi velocissimi. Poi i grandi cambiamenti del momento, un paese comunista che si apre agli scambi, alla cooperazione internazionale e un mondo liberale quello americano che si chiude; Xi Jimping invita i grandi manager per offrire quello che l’America vuol dimenticare… attira i tecnici delle grandi multinazionali, che ben accettano l’invito, parliamo di Rajesh Subramaniam di FedEx e Bill Winters di Standard Chartered, Pascal Soriot di AstraZeneca e Miguel Ángel López Borrego di Thyssenkrupp. Poi Amin Nasser di Saudi Aramco, Oliver Zipse della BMW, Akio Toyoda della Toyota, Ola Källenius di Mercedes-Benz, Lee Jae-yong di Samsung, Maersk – i giapponese Hitachi, l’industria sudcoreana di semiconduttori SK Hynix e dei farmaceutici Pfizer e Sanofi.
Che dire? Possiamo certo biasimare il modo di governare cinese continuando comunque a comprare i loro prodotti ed osservando con meraviglia i loro esponenziali miglioramenti ma sarebbe un’idea cecare di attuare, anche in minima parte, dei piccoli miglioramenti cosi come ci viene indicato dalla prima dottrina giapponese da loro ben apprezzata, un ironico ciclo: dagli Usa al Giappone, dal Giappone alla Cina, dalla Cina agli Usa e a noi…

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3 Commenti
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Cosimo G. Ludolf
1 Aprile 2025 9:59

Ottimo articolo

Giuseppe Fusilli
31 Marzo 2025 18:05

Caro Sig. Verga,

ho letto con grande interesse il suo articolo, che ho trovato davvero lucido e ben costruito. Ha saputo ricostruire con chiarezza e profondità il percorso storico e culturale che ha portato il Giappone – e successivamente la Corea e la Cina – a eccellere in ambito industriale, partendo da un concetto semplice ma potentissimo come quello del Kaizen.

Mi ha colpito in particolare il parallelo che ha tracciato tra le diverse fasi dello sviluppo industriale globale, e quel “ciclo ironico” che va dagli USA al Giappone, dalla Cina di nuovo verso l’Occidente. È una riflessione che stimola domande importanti su come l’Europa e l’Italia in particolare possano tornare a essere protagoniste, magari proprio ripartendo da una cultura del miglioramento continuo, anche nelle piccole cose. (Omnes arbusta iuvant umilesque miricae)

Da parte mia voglio inoltre sottolineare come è emblematico il principio dello Jidoka, che affianca il Kaizen nella filosofia produttiva giapponese: la possibilità per ogni operaio di fermare la catena di montaggio se rileva un problema. Un gesto che racchiude un’enorme responsabilità e fiducia nel singolo, trasformando ogni lavoratore in garante della qualità. Un approccio rivoluzionario che mostra quanto la cultura della qualità sia stata interiorizzata in profondità.

Condivido pienamente anche la sua osservazione finale: non possiamo limitarci a osservare con stupore i successi industriali di altri paesi. Forse dovremmo imparare, nel nostro quotidiano, ad attuare quei piccoli miglioramenti che, nel tempo, fanno davvero la differenza.

Grazie per questo spunto così stimolante e un caro saluto,

Giuseppe Fusilli

Reply to  Giuseppe Fusilli
1 Aprile 2025 10:10

Grazie dott Fusilli per la Sua mail molto apprezzata, e si sarebbe proprio tempo che anche noi in Italia ed in Europa seguissimo quella notevole filosofia Kaizen ! chissà con i chiari di luna del momento… Dai dobbiamo essere fiduciosi… grazie ancora a presto
Carlo