STORIA CONTEMPORANEA – Gli “asilati” di Tomaso de Vergottini

Giovedì 6 marzo presso il Circolo degli Affari Esteri, alla presenza e con l’intervento degli ambasciatori Nino Felicani, Franco Mistretta, Bernardino Osio e  Umberto Vattani, si è ricordato il ruolo svolto dall’ambasciatore Tomaso de Vergottini quale rappresentante dell’Italia in Cile al momento della presa del potere di Pinochet nel settembre del 1973. Tomaso arriva a Santiago il 30 dicembre del 1973. Pinochet con il golpe ha rovesciato la stato democratico di Salvador Allende. L’Italia non riconosce la giunta militare cilena e questo rende Tomaso un orfano diplomatico, rendendo molto difficile il suo ruolo. Arriva nella residenza di Calle Miguel Claro 1359 che occupa un intero isolato del quartiere residenziale di Providencia, zona un tempo appannaggio dell’alta borghesia cilena e ora in decadenza. La trova piena di persone, uomini e donne che hanno saltato il muro della residenza per cercare aiuto: in quel periodo l’ambasciata italiana a Santiago era diventata rifugio per i perseguitati politici del regime militare che ricevevano asilo politico in vista di ottenere il salvacondotto per potere espatriare.
Tomaso, insieme alla sua preziosa instancabile e tenace moglie Annasofia, ospitava i fuggiaschi e si dava da fare per ottenere dai militari i salvacondotti necessari per lasciare il paese. Annasofia usciva con la camionetta della residenza per fare la spesa e dare vitto alle decine e decine di persone che non potevano muovere un passo fuor dalle mura di cinta dell’ambasciata, per il rischio di essere catturati dalla polizia e scomparire nel nulla: la polizia politica aveva circondato la residenza per impedire l’accesso di chi cercava asilo e il personale italiano era sottoposto a minacce e rischi per la propria incolumità; si può facilmente comprendere come, in queste condizioni, il lavoro umanitario svolto in quel periodo fu particolarmente pericoloso.
In questo ambiente ostile Tomaso nel periodo 1973-1975, con l’allora console Emilio Barbarani, arrivato a Santiago nel 1974,  giunse a ospitare in certi momenti fino a 250 asilati e riuscì a fare espatriare 750 persone fra cui esponenti della sinistra di Allende che rischiavano di essere eliminati dalla polizia politica. Tutto questo rischiando la vita essendo anche stato vittima di un attentato, ma riuscendo anche, con la sua capacità diplomatica ad essere non sgradito anche alla Giunta cilena, che certo non lo favorisce, lo contrasta vivacemente, ma lo rispetta.
La sua vita e questo periodo terribile lo ha raccontato lui stesso in un libro: Cile: diario di un diplomatico (1973-1975) (Koiné, Roma, 2000), che raccoglie innumerevoli aneddoti e anche e soprattutto la sua visione personale della situazione in divenire di quegli anni.
Anche quando il suo incarico terminerà, sceglierà di rimanere in America Latina, prima a Montevideo in Uruguay, poi a  Santo Domingo e ancora, conclusa la sua carriera in diplomazia, sceglierà di tornare a vivere a Montevideo fino alla sua dipartita nel 2008.
Il suo impegno umanitario è stato considerato particolarmente significativo nel contrastare i regimi militari latinoamericani negli anni Settanta del secolo passato e dopo un lungo silenzio il suo nome è stato inserito tra i Giusti della Farnesina, cioè  tra quei diplomatici italiani che si sono distinti per avere difeso nel tempo la vita umana da guerre e regimi autoritari e il cui nome viene onorato nel Giardino dei Giusti della Farnesina.
Come ricordava Gabriele Nissim, Presidente della Fondazione Gariwo, intervenuto il 6 marzo, «Le figure dei diplomatici giusti mostrano come la nostra diplomazia abbia scritto nel corso della sua storia alcune pagine di straordinaria umanità, che meritano di essere ricordate come un esempio di quella che mi piace definire la diplomazia del Bene: quella che salva le vite delle persone perseguitate e che difende il valore della libertà.»

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carlo verga
31 Marzo 2025 18:43

bell’articolo Isa brava!!